Per anni la Silicon Valley ci ha venduto una promessa lineare: aggiungi un miliardo di parametri, versa fiumi di dati, brucia più elettricità e otterrai un’intelligenza artificiale miracolosamente più avanzata. È il dogma delle scaling laws, la cieca fede nella forza bruta computazionale che ha guidato lo sviluppo di giganti come GPT, Gemini, Claude o Llama.
Eppure, dietro le quinte dei laboratori di ricerca, l’ingegneria dei Large Language Models sta andando a sbattere contro un muro invisibile. Emergono anomalie sistemiche che la narrativa ufficiale fatica a spiegare: modelli che regrediscono se addestrati troppo a lungo, prestazioni che si sbriciolano dopo una compressione hardware e una cronica perdita di generalizzazione nei sistemi sovradimensionati.
Per capire dove si trovi questo limite non serve inseguire l’ultima stravagante teoria sul deep learning. Bisogna fare un salto indietro di quasi ottant’anni, rispolverando un saggio sulle telecomunicazioni del 1948 firmato da Claude Shannon: il padre della teoria dell’informazione.
Il paper “Shannon Scaling Laws for Large Language Models” propone una provocazione radicale: un LLM non si comporta come un cervello biologico che apprende, ma come un canale di comunicazione rumoroso.
La teoria che ha costruito Internet
Per capire il significato del paper bisogna fare un passo indietro.
Nel 1948 Claude Shannon pubblicò uno dei lavori più importanti della storia dell’ingegneria: A Mathematical Theory of Communication.
Shannon introdusse il concetto di:
- informazione;
- entropia;
- rumore;
- capacità di canale.
L’idea fondamentale era semplice ma rivoluzionaria:
ogni sistema di comunicazione ha un limite massimo di informazione trasmissibile senza errori.
Un telefono.
Una fibra ottica.
Un satellite.
Una rete Wi-Fi.
Tutti funzionano entro un equilibrio tra:
- segnale utile;
- rumore;
- banda disponibile.
La formula simbolo di questa teoria è il teorema di Shannon‑Hartley.
[math]C = B \log_2(1 + S/N)[/math]
Dove:
- [math]C[/math] è la capacità massima del canale;
- [math]B[/math] è la banda;
- [math]S/N[/math] è il rapporto segnale/rumore.
Se il rumore cresce troppo, il messaggio non riesce più a essere trasmesso correttamente.
Ed è qui che il paper introduce il parallelo con gli LLM.
LLM come canali di comunicazione
Secondo gli autori, un modello linguistico può essere reinterpretato come un sistema di trasmissione dell’informazione.
Nel framework proposto:
- i parametri del modello equivalgono alla banda;
- i token di training diventano il segnale;
- il rumore deriva da quantizzazione, instabilità numerica, compressione, errori di ottimizzazione e dati imperfetti.
Una precisazione importante: non è una traduzione perfetta di Shannon
A questo punto serve una distinzione fondamentale.
Il paper non sostiene che un LLM sia letteralmente equivalente a un canale di telecomunicazione classico nel senso stretto del teorema di Shannon-Hartley.
Quello proposto dagli autori è piuttosto un framework interpretativo matematicamente ispirato alla teoria dell’informazione, utile per descrivere fenomeni osservati negli LLM che le scaling laws tradizionali faticano a spiegare.
Claude Shannon rimane la fonte teorica di ispirazione, ma il mapping tra componenti non è perfettamente uno-a-uno.Per esempio:
- parametri del modello → banda, nel senso che aumentano la capacità rappresentazionale;
- token di training → segnale, cioè l’informazione utile disponibile per apprendere pattern;
- rumore → perturbazioni interne ed esterne, come quantizzazione, rounding numerico, dati imperfetti, instabilità di ottimizzazione e rumore statistico.
Qui emerge una differenza cruciale rispetto ai sistemi di telecomunicazione classici:
negli LLM il rumore è in parte endogeno.
In una linea telefonica tradizionale, il rumore arriva soprattutto dall’esterno del canale.
In un modello linguistico, invece, parte dell’instabilità nasce all’interno del sistema stesso:
- errori di ottimizzazione;
- fragilità numerica;
- degradazione dovuta alla compressione;
- rappresentazioni latenti instabili.
Inoltre, il paper introduce una formulazione più sofisticata della cosiddetta Shannon Scaling Law, usando parametri specifici (come α, β e γ) per modellare il rapporto tra capacità del modello, rumore e prestazioni osservate. Non si tratta quindi di applicare direttamente la formula di Shannon-Hartley agli LLM, ma di costruire un’estensione teorica ispirata ai suoi principi.
Per questo motivo è più corretto parlare di:LLM come sistemi analoghi a canali rumorosi, non di equivalenza matematica perfetta.
In pratica:
l’addestramento di un LLM non sarebbe soltanto “apprendere conoscenza”, ma tentare di trasmettere pattern statistici attraverso un canale limitato e rumoroso.
Questo cambia completamente la prospettiva.
Le scaling laws classiche assumono implicitamente che:
- aggiungere dati migliori sempre il modello;
- aumentare i parametri migliori sempre il modello;
- aumentare il compute produca sempre guadagni progressivi.
La teoria di Shannon suggerisce invece qualcosa di molto diverso:
oltre una certa soglia, il rumore può crescere più rapidamente del segnale utile.
E quando accade, la qualità del modello non migliora più, può addirittura peggiorare.
Perché i modelli possono peggiorare crescendo
Questo punto è cruciale perché spiega alcune anomalie osservate negli ultimi anni.
1. Catastrophic overtraining
In teoria, più training dovrebbe migliorare il modello.
Nella pratica, esiste un punto oltre il quale il modello:
- memorizza rumore;
- amplifica correlazioni spurie;
- perde capacità di generalizzazione.
È un fenomeno simile all’overfitting classico, ma su scala gigantesca.
Nel paradigma Shannoniano, il motivo è intuitivo:
il segnale informativo utile viene sommerso dal rumore statistico.
2. Quantizzazione aggressiva
Per rendere i modelli più leggeri e veloci da usare, gli sviluppatori spesso li “comprimono”, riducendo la precisione numerica con una tecnica chiamata quantizzazione.
Immagina di passare da una bilancia super precisa (che misura al grammo) a una più economica che arrotonda ai 100 grammi. Si risparmia spazio e energia, ma si perde un po’ di accuratezza.
I livelli di quantizzazione più comuni sono:
- FP16 (precisione alta, quasi quella originale)
- INT8 (già più compresso)
- INT4 (molto compresso)
- Fino ad arrivare a 1 o 2 bit (estremamente compresso)
Fin qui tutto logico: meno bit = meno memoria e costi più bassi.
Il problema è quello che succede dopo.
Spesso, quando si comprime solo un po’, il modello sembra reggere bene. Ma a un certo punto, anche una piccola riduzione di precisione provoca un crollo improvviso delle performance. Non un peggioramento graduale, ma un vero e proprio collasso.
Nel framework ispirato a Shannon, questo fenomeno ha una spiegazione intuitiva: la quantizzazione aumenta fortemente il rumore nel canale di comunicazione.
Finché il rapporto tra segnale utile (le conoscenze reali del modello) e rumore (gli errori introdotti dalla compressione) rimane sopra una certa soglia, il modello continua a funzionare decentemente.
Ma quando questo rumore diventa troppo elevato, la trasmissione del significato collassa: il modello perde la capacità di ragionare in modo affidabile, anche se continua a scrivere in modo grammaticalmente corretto.
Le curve a U: quando più grande significa peggiore
Uno degli aspetti più interessanti del paper è la spiegazione delle cosiddette U-shaped degradation curves.
In molte situazioni:
- aumentare dimensioni o training migliora inizialmente il modello;
- dopo un certo punto, le performance iniziano però a degradarsi.
Graficamente il comportamento assume una forma a U rovesciata.

Questo è estremamente importante perché rompe il paradigma dominante della Silicon Valley:
la convinzione che la scala sia sempre la soluzione.
Secondo gli autori, il problema nasce dal fatto che:
- aumentando i parametri cresce anche la complessità interna;
- il sistema diventa più fragile al rumore;
- piccoli errori si propagano più facilmente;
- l’inferenza perde stabilità.
In altre parole:
la crescita non aumenta solo la capacità.
Aumenta anche la vulnerabilità.
Gli esperimenti del paper
Gli autori hanno testato questa teoria su modelli come:
- EleutherAI Pythia;
- la famiglia OLMo2.
I modelli sono stati sottoposti a:
- rumore gaussiano;
- quantizzazione;
- supervised fine-tuning;
- task matematici;
- question answering;
- coding.
Secondo il paper, il framework Shannoniano è riuscito a prevedere il degrado delle prestazioni meglio delle scaling laws tradizionali.
Ancora più interessante:
la teoria avrebbe previsto il comportamento di modelli più grandi mai osservati durante il fitting iniziale.
Questo suggerisce che il paradigma potrebbe avere potere predittivo reale e non soltanto descrittivo.
Il vero problema: preservare coerenza
L’idea più profonda del paper non riguarda semplicemente il rumore matematico.
Riguarda la coerenza cognitiva.
Gli LLM funzionano perché riescono a mantenere strutture semantiche coerenti attraverso miliardi di operazioni numeriche.
Ma quando il rumore cresce:
- le rappresentazioni latenti diventano instabili;
- il significato si degrada;
- emergono allucinazioni;
- aumenta l’incoerenza logica.
Questo porta a una reinterpretazione radicale dell’intelligenza artificiale:
forse l’intelligenza non dipende solo dalla quantità di informazione immagazzinata, ma dalla capacità di preservarne la struttura significativa in presenza di rumore.
È una distinzione enorme.
Perché implica che:
- accumulare dati non basta;
- aumentare parametri non basta;
- aumentare compute non basta.
Serve robustezza informazionale.
Dalla neuroscienza alle telecomunicazioni
Negli ultimi anni molte metafore sull’AI sono state prese dalla neuroscienza:
- neuroni artificiali;
- sinapsi;
- reti neurali;
- cervelli digitali.
Questo paper propone invece una metafora completamente diversa:
l’LLM come infrastruttura di telecomunicazione.
Non più “cervello”.
Ma:
- canale;
- codifica;
- trasmissione;
- rumore;
- decodifica.
E paradossalmente questa metafora potrebbe spiegare meglio alcuni limiti emergenti dell’AI moderna.
Perché gli LLM non “capiscono” realmente nel senso umano del termine.
Trasmettono e comprimono pattern statistici.
E ogni compressione ha inevitabilmente una perdita.
Implicazioni economiche e industriali
Se questa teoria fosse corretta, le implicazioni per il settore AI sarebbero enormi.
L’industria oggi è costruita sull’idea che:
- più GPU → migliore AI;
- più dati → migliore AI;
- più scala → vantaggio competitivo.
Ma se esiste una soglia Shannoniana:
- il ritorno marginale del scaling potrebbe ridursi drasticamente;
- i costi energetici potrebbero crescere più velocemente delle capacità emergenti;
- la qualità dei dati diventerebbe più importante della quantità;
- l’architettura conterebbe più della dimensione.
In pratica:
potremmo entrare in una fase post-scaling.
Una fase in cui il problema principale non sarà costruire modelli più grandi, ma modelli più stabili, coerenti e resistenti al rumore.
Il parallelo con le reti Internet
C’è un dettaglio storico affascinante. Internet non è diventato affidabile perché i segnali erano perfetti.
È diventato affidabile perché sono stati sviluppati:
- protocolli di correzione errore;
- ridondanza;
- codifica robusta;
- gestione intelligente del rumore.
Forse l’AI seguirà lo stesso percorso.
Non vinceranno necessariamente i modelli più enormi.
Potrebbero vincere quelli con:
- migliore efficienza informazionale;
- minore entropia interna;
- maggiore robustezza semantica;
- architetture più resilienti.
Una nuova fase della ricerca AI
Questo paper non dimostra che le scaling laws tradizionali siano “sbagliate”.
Dimostra qualcosa di più interessante: potrebbero essere incomplete.
Le scaling laws hanno funzionato molto bene fino a oggi perché il settore era ancora lontano dai limiti fisici e informazionali.
Ma quando i modelli diventano giganteschi:
- il rumore numerico conta;
- la compressione conta;
- la stabilità dinamica conta;
- l’entropia interna conta.
E improvvisamente Claude Shannon, un matematico del XX secolo che studiava linee telefoniche, torna centrale nel dibattito sull’intelligenza artificiale del XXI secolo.
È un passaggio culturale importante.
Perché suggerisce che il futuro dell’AI potrebbe dipendere meno dalla forza bruta computazionale e più da qualcosa di molto più sottile:
la capacità di preservare significato attraverso sistemi inevitabilmente rumorosi.





